C’eravamo tanto amati: Sanremo Sapiens
Il potere della musica ci rende superiori, "Sapiens", persino con la voglia di un bel Sanremo tutto lustrini e canzonette
Sanremo è il riepilogo annuale dell’attività umana: puntuale come un Natale, piazzato tra i giorni della Merla e le maschere di Carnevale, scandisce l’esistenza degli italiani, regolarizza i gusti, allinea le tendenze, stabilizza – o modifica – i caratteri, anche di chi non lo guarda, di chi non ne vuole sapere, o di chi invece lo recepisce come un Vangelo, al limite dell’idiozia.
Sanremo è l’aria culturale che si respira, il paradigma che solidarizza e sottolinea la diversità di vedute, la sintesi di una dialettica musicale che diventa filosofia sociale, arte da circo e underground commerciale, bontà a costo di saldo, innovazione superata e il trionfo dell’italica vocazione al canto, ora sublime, ora straziante, ora divertente. Non si batte.
La storia della nostra nazione, e persino la nostra storia personale, può essere raccontata col potere immaginifico delle canzoni, comprendendo Come si cambia e lasciandosi travolgere dalla nostalgia per Lucio Dalla che è Gesù Bambino, per Nada e il suo nasino da principessa delle favole, e poi anche per gli anni di blackout che però se dici Miele o Tu mi rubi l’anima immediato torna a galla il ragazzino che si innamorava tre volte al giorno.
Quando irrompe Vasco – che Va al massimo – tu che da un pezzo sfanculizzi Cutugno e Baudo e le vallette, pensi un Vasco ci salverà; ma oggi realizzi che anche Vasco era Cutugno e Baudo e le vallette, e che il mezzo è il messaggio: Marshall McLuhan è davvero l’unico che l’ha visto prima, questo dogma infallibile.
Ma il giochetto vale la candela, paghi dazio alla vita, e oggi sorridi persino per i Ricchi e Poveri, persino per Al Bano, anche per i fantasmagorici giovinastri e per Lauro, esci dal corpo di tifoso melodico e diventi un vecchio arnese che nei ricordi trova il futuro, e in Sanremo ciò che ha perduto.
Ogni Sanremo passa, come l’occhio della bufera, i commenti dei tanti che non ci sono più – che cosa avrebbe detto di questa song il tuo vecchio amico scomparso ormai nel tempo – risuonano con voce ancora viva. Sanremo ti ricollega a quello che lo odiava e all’altro che lo amava, e allora provatelo questo giochetto, anche voi vecchi giovani: come eravamo quando Ramazzotti era imberbe e vinceva cantando col naso, come eravamo fischiettando Du-du-du -Da-da-da col naso all’insù, sembra ieri che già vinceva Vecchioni e poi quella specie di miracolo dei Maneskin, chiusi in casa e terrorizzati.
Il tempo accelera se ricordi Sanremo, rivedi Rino Gaetano e ripensi a Sergio che era il suo sosia, o Zucchero e la sua Canzone Triste che è ancora più triste quando ti torna in mente Emidio, o la Bertè – quella Bertè – e lo schianto che era Chiara, precisa a lei anche nella foto sulla lapide, ma Sanremo la resuscita.
È il potere della musica, gente, anche della musichetta, anche delle cialtronate, e questa nostra grandiosa capacità di condividere l’immaginazione – litigando furiosamente, scornandoci senza tregua – ci rende genere animale superiore, Sapiens, con la consapevolezza della morte addosso e la voglia di un bel Sanremo tutto lustrini e canzonette, per scrollarcene il terrore.
La musica ci rende gioiosi, per poche sere almeno, cantando Musica Leggerissima alle Porte del Sole col Clarinetto e Almeno tu, Sanremo, nell’Universo, ci fa Volare, da Soli, e la notte, buia ed epocale, s’illumina di stelle.
Quest’anno ho scoperto che anche io Volevo essere un duro.
Però non sono nessuno, ma questo lo sapevo già.
Sanremo docet.