La ‘ndrangheta è social: a tu per tu con Claudio Cordova da Libro Amico

Una presentazione che si è trasformata in un dibattito sul fenomeno e sulla sua evoluzione ieri sera nella nuova tappa del tour del libro "Criminalità Socializzata. Le mafie nei social network. Dai pizzini ai post", insieme al Garante Antonio Marziale

Cordova, Marziale e Arcano libreria Libro Amico

Il crimine è approdato in modo diverso nel mondo dei social. “Tik Tok è più appannaggio della camorra, mentre la ‘ndrangheta è più tradizionalista ed è rimasta ancorata a Facebook”. Questo, in sintesi, quanto spiegato dal giornalista e scrittore reggino Claudio Cordova sull’evoluzione delle modalità comunicative della criminalità organizzata, nell’ennesima tappa del tour di presentazione del libro “Criminalità socializzata. Le mafie nei social network. Dai pizzini ai post” pubblicato da IOD Edizioni.

L’evento, svoltosi ieri sera, presso la libreria Libro Amico di Aurelio Arcano, ha visto la presenza anche del sociologo, Garante dell’Infanzia della regione Calabria, Antonio Marziale e di numerosi professionisti e interessati ad approfondire la tematica.

Una ‘ndrangheta che cerca consensi

Un evento che si è trasformato in un vero e proprio dibattito sul fenomeno e sulla sua evoluzione. La ‘ndrangheta cerca il consenso sociale, sia sul territorio, con azioni che non si spiegherebbero altrimenti se si ragiona in ottica di profitto, come, per esempio, possedere squadre di calcio o ammantarsi di una religiosità fittizia, partecipando e/o organizzando feste “di paese”, cedendo a riti e sacramenti, il tutto con una chiesa, che “ammicca”, che battezza i figli dei latitanti, sposa i mafiosi e si inchina davanti alle dimore dei boss durante le processioni, dietro il paravento del precetto che bisogna accogliere gli ultimi. “Ma prima di andare dai boss, potrebbe andare dai migranti, dai senza tetto, dai tossicodipendenti, perché ci sono ultimi e ultimi anche nella classifica degli ultimi, c’è chi è più ultimo di qualcun altro” ha precisato Cordova.

Oggi, poi, ci sono i social network. Dai pizzini si è passati ai post. “Esistono tutta una serie di gruppi, basta cercarli con le classiche parole chiave, che inneggiano all’omertà, alla libertà per i carcerati, al 41 bis tortura di stato, a singoli boss. Ed è interessante vedere – ha spiegato l’autore – come sulle piattaforme ci siano i ‘rampolli’ di quelle stesse famiglie che negli anni ’80 si sterminarono nella guerra di mafia, che oggi sono amici sui social, passano le serate insieme e soprattutto ostentano. Ma questo è un dato positivo, perché, mentre la ‘ndrangheta è stata sempre oscura grazie alla capacità criminale di boss importanti di rimanere invisibili, loro si mostrano. Quindi, da un lato, sono pericolosi, creano allarme sociale, dall’altro può essere un elemento di forza, anche per chi svolge le indagini”.

Oltre ai social veri e propri poi c’è tutta la parte riguardante gli affari, i traffici più importanti della ‘ndrangheta, dalla droga al gioco d’azzardo, che si muove invece sul dark web, assoldando i “nuovi professionisti, come gli hacker che, al soldo delle cosche, in cambio di laute retribuzioni, consentono ai mafiosi di speculare, soprattutto sul gambling, in barba a controlli e fiscali e di qualsiasi tipo”.

Tutto serve a una narrazione “mitologica” della mafia, una “cabina di regia” funzionale alla “macro propaganda che divulga valori e disvalori della criminalità organizzata, tutta una serie di balle cui la gente ha creduto e ancora crede, come ad esempio quella che la ‘ndrangheta non toccava donne e bambini, sul machismo, l’odio verso gli omosessuali quando invece è pieno di gay tra i criminali, ma la narrazione è quella di doversi dimostrare virili” ha proseguito Cordova.

Parliamone, come diceva Borsellino, ma non spetta ai giudici

Una narrazione che affascina, soprattutto i giovani. Ed è per questo ha chiosato Cordova, incalzato dagli interventi e dalle domande provocatorie di Marziale, che “bisogna parlarne, in tv, alla radio, sui giornali, come diceva il giudice Paolo Borsellino”.

Forse sta qui la differenza con la mafia siciliana o con la camorra. “Intanto noi non abbiamo avuto un Tommaso Buscetta, la struttura della ‘ndrangheta è familiare e della Calabria in sostanza non frega niente a nessuno. Sono fermamente convinto che questa regione abbia bisogno di una personale Gomorra, per dare rilevanza maggiore al fenomeno. Un’eco che da noi non c’è mai stata, che ci troviamo ancora in mezzo al guado” ha aggiunto l’autore.

“Ma questa contro narrazione non spetta certo ai magistrati. In Sicilia, sono stati i giornalisti e gli intellettuali”.

Non c’è dubbio ad ogni modo che parlarne può servire a “farli vedere in tutta la loro miseria, a spogliarli di quell’aura di onnipotenza e di potere, a ridicolizzarli. A togliere l’attrattiva e il ruolo considerevole giocato, in particolare tra le nuove generazioni, nella diffusione dell’influenza mafiosa”.

Perché vedete ha concluso Cordova, “le favole non insegnano ai bambini che i draghi esistono ma che i draghi possono essere uccisi”. 

I prossimi appuntamenti da Libro Amico

A chiudere l’evento, i saluti finali del padrone di casa, Aurelio Arcano che ha ringraziato tutti ricordando come la libreria “si offre quale presidio culturale della zona Sud della città” e rammentando i prossimi appuntamenti del 7 e dell’11 aprile, con due scrittrici, Claudia Fachinetti e Valentina Pericci, “con cui faremo anche un tour nelle scuole”.

E l’imperdibile evento del 27 e 28 aprile, con lo psicologo e autore di best seller Alberto Pellai, e la moglie Barbara Tamborini, per la presentazione del loro libro “Vietato ai minori di 14 anni”.

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